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F.A.Q.

FREQUENTLY ASKED QUESTIONS

 

Sono separata e vivo nella casa coniugale con mio figlio. La casa è di proprietà di mio marito, che vorrebbe venderla. Può venderla anche se la casa è stata assegnata dal tribunale in mio favore?

La casa coniugale non può essere venduta dal coniuge proprietario dell’immobile se esiste un provvedimento giudiziale che assegna l’immobile all’altro coniuge presso cui la prole è collocata e se tale provvedimento è stato trascritto. La trascrizione del provvedimento giudiziale è quindi vivamente consigliata.

 

Posso separarmi o divorziare anche se il coniuge non vuole?

Assolutamente sì. Il molti casi la decisione di porre fine ad un matrimonio (o convivenza) viene assunta da un coniuge e dall’altro subita.
Non è necessario che entrambi i coniugi si rechino congiuntamente dall’avvocato, poiché la procedura di separazione può essere attivata da un solo coniuge.

 

Che differenza c’è tra il procedimento consensuale e quello contenzioso?

Trovare un accordo consensuale circa le condizioni di separazione (o divorzio) giova certamente ad entrambi i coniugi in termini di tempi, costi, qualità della vita e varietà delle questioni che è possibile inserire nell’ambito dell’accordo (ad esempio trasferimenti immobiliari).
Tuttavia, quando proprio non è possibile raggiungere un accordo consensuale, si ricorre al procedimento contenzioso che rimetterà la decisione al Tribunale, al pari di qualunque altro giudizio.

 

Come funziona il divorzio breve?

Con la legge n. 55/2015 è stato ridotto il lasso di tempo, prima previsto in tre anni, che deve intercorrere dalla data di comparizione personale nell’ambito della procedura di separazione. Attualmente il termine per poter richiedere il divorzio è di 6 mesi nel caso di separazione consensuale ed 1 anno nel caso di separazione giudiziale decorrenti dalla data di udienza presidenziale di comparizione dei coniugi.

 

Quanto costa una causa?

Ci sono diverse variabili che incidono sul prezzo di una causa (giudiziale o stragiudiziale), qualunque essa sia, quali ad esempio il valore della causa, la complessità delle questioni trattate, la durata, l’attività svolta, etc.
I compensi che noi avvocati possiamo chiedere sono disciplinati dalla legge ed è previsto il patrocinio a spese dello Stato per le persone non abbienti che abbiano un reddito annuo imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore ad euro 11.528,41.
Solo in quest’ultimo caso il cliente non dovrà anticipare nulla all’avvocato, il quale verrà retribuito direttamente dallo Stato.

 

Sono diversi mesi che il mio ex non paga il contributo di mantenimento al figlio, cosa posso fare?

Troppo spesso ci sentiamo dire che un coniuge dopo la separazione omette il versamento del contributo al mantenimento dei figli.
E' bene sapere che l’omesso versamento del mantenimento costituisce reato e dunque tale comportamento può essere penalmente rilevante e persino passibile di una pena (reclusione fino ad un anno).
Dal punto di vista civilistico, invece, nel momento il cui vi è un provvedimento del Tribunale (sia esso sentenza o verbale omologato) che obblighi i coniugi a versare un contributo al mantenimento dei figli, per ovviare al mancato pagamento di tale contributo è possibile procedere esecutivamente contro il genitore insolvente, ad esempio pignorando lo stipendio e chiedendo che una parte dello stipendio venga versato direttamente dal datore di lavoro all'altro coniuge o direttamente al figlio.

 

Per avere alcune “informazioni” devo pagare?

Dipende dal genere di informazioni: se si risolvono in un parere legale allora, al pari di qualsiasi altra prestazione, questa andrà certamente retribuita. Voi lavorereste gratis?
La consulenza, invece, non si paga nel caso in cui venga conferito l’incarico al primo colloquio.
Solo in casi speciali, ed a nostra completa discrezionalità, offriamo assistenza pro bono.

 

È vero che se mi separo non vedrò più i miei figli?

Assolutamente no. Con legge n. 54/2006 è stato introdotto il principio della “bigenitorialità” che si estrinseca mediante l’affidamento condiviso dei figli. A differenza di quanto accadeva prima della riforma, ove vigeva invece il principio dell’affidamento esclusivo, ora la patria potestà viene esercitata congiuntamente dai coniugi, i quali continueranno ad assumere di comune accordo le decisioni più importanti da affrontare nell’interesse dei figli (istituto scolastico, terapie mediche, etc), fermo restando il fatto che ogni genitore rimane responsabile in toto dei figli quando questi sono con lui. Quando manchi l’accordo, un genitore potrà rimettere la decisione al Tribunale.
Per quanto concerne il collocamento dei figli, invece, lo stesso viene fondato sulla concreta ed effettiva capacità genitoriale dei coniugi, prediligendo quello che offrirà maggiori garanzie di accudimento e di soddisfacimento dei bisogni del figlio.
Sebbene in Italia nel 95% dei casi i figli vengano collocati presso la madre, la giurisprudenza ha riconosciuto un ruolo sempre maggiore alla volontà dei figli, i quali non di rado vengono ascoltati dal Giudice.
Al genitore non collocatario verrà riconosciuto il diritto di vedere e tenere con sé i figli secondo le modalità stabilite dal Giudice, oppure secondo gli accordi presi con la coniuge in caso di separazione consensuale.